Il presidente Donald Trump ha criticato duramente gli alleati della NATO per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare statunitense-israeliana contro l’Iran, definendo la loro posizione “un errore molto sciocco”, mentre il conflitto entra nella sua terza settimana senza segni di conclusione.
Parlando nello Studio Ovale durante una visita per il giorno di San Patrizio del primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha affermato che la maggior parte dei Paesi NATO ha chiarito di sostenere la campagna a parole, ma senza alcuna intenzione di fornire truppe, navi o altri aiuti diretti.
“Tutti sono d’accordo con noi, ma non vogliono aiutarci”, ha detto ai giornalisti. “E noi, come Stati Uniti, dobbiamo ricordarcelo, perché ci sembra piuttosto scioccante”.
Sulla sua piattaforma Truth è andato oltre, dichiarando che i successi militari statunitensi fanno sì che Washington non abbia più bisogno né desideri l’aiuto della NATO. “NON NE ABBIAMO MAI AVUTO BISOGNO!”, ha scritto, prendendo di mira anche Giappone, Australia e Corea del Sud.
Il punto critico è lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha di fatto chiuso questa via marittima vitale – attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali – dispiegando droni, missili e mine navali in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani. Trump ha ripetutamente esortato gli alleati ad aiutare a pattugliare lo stretto e riaprirlo al traffico delle petroliere. Diversi Paesi NATO e altri partner hanno risposto lunedì di non avere piani immediati per inviare forze navali.
L’alta rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea Kaja Kallas ha riassunto il sentimento prevalente: “Nessuno è pronto a mettere a rischio la vita dei propri cittadini nello Stretto di Hormuz. Dobbiamo trovare soluzioni diplomatiche per mantenerlo aperto, per evitare una crisi alimentare, dei fertilizzanti e anche energetica”.
La riluttanza arriva nonostante il sostegno retorico degli alleati agli sforzi per limitare il programma nucleare iraniano e la sua influenza regionale. Trump ha detto di non avere “nulla in mente al momento” in termini di ritorsioni per la mancanza di supporto.
La frattura pubblica all’interno della stessa amministrazione Trump fornisce un contesto significativo alla crescente esitazione internazionale. Nello stesso giorno, Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, è diventato il primo alto funzionario statunitense a dimettersi per la guerra.
In una lettera pubblicata sui social media, Kent ha scritto: “Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Kent, ex Berretto Verde e sostenitore della linea “America First”, ha sostenuto che il diritto internazionale richiede una minaccia imminente per giustificare l’avvio delle ostilità. Ha affermato che le valutazioni dell’intelligence sotto la sua supervisione non indicavano alcun pericolo di questo tipo.
La Casa Bianca ha respinto con forza queste affermazioni. La portavoce Karoline Leavitt ha definito le dichiarazioni di Kent “false”, insistendo sul fatto che Trump abbia agito sulla base di “prove solide e convincenti… raccolte da molte fonti”, secondo cui l’Iran si preparava a colpire per primo. La direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha ribadito la stessa linea sui social media, affermando che il presidente aveva “concluso che il regime islamista terroristico in Iran rappresentava una minaccia imminente”.
I democratici al Congresso, pur criticando le precedenti posizioni di Kent, hanno tuttavia concordato con la sua valutazione di fondo. Il senatore Mark Warner, principale esponente democratico nella commissione intelligence del Senato, ha dichiarato: “Su questo punto ha ragione: non vi erano prove credibili di una minaccia imminente da parte dell’Iran tali da giustificare un ingresso affrettato degli Stati Uniti in un’altra guerra di scelta”.
Le dimissioni hanno amplificato i dubbi sulle basi legali e di intelligence della campagna, iniziata con raid aerei statunitensi e israeliani alla fine di febbraio, con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture nucleari iraniane e decapitare la leadership.
Sul terreno, la situazione resta grave e in escalation. L’Iran ha confermato martedì che il suo capo della sicurezza Ali Larijani – fino a poco tempo fa figura chiave nei negoziati nucleari informali – è stato ucciso insieme al figlio e al suo vice in un attacco israeliano. Larijani era stato segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e, dopo l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo giorno di guerra, era diventato di fatto una delle figure più potenti della Repubblica Islamica.
In risposta, l’Iran ha lanciato una raffica di missili con testate a grappolo su Tel Aviv, uccidendo due persone e portando il bilancio delle vittime civili in Israele ad almeno 14. Le forze iraniane hanno inoltre effettuato oltre 2.000 attacchi con missili e droni contro basi e infrastrutture statunitensi nel Golfo, con gli Emirati Arabi Uniti particolarmente colpiti, inclusi ripetuti attacchi a impianti petroliferi e al porto di Fujairah.
La nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, che non è ancora apparsa in pubblico da quando ha assunto il ruolo la scorsa settimana, ha inviato un messaggio intransigente tramite intermediari. Secondo un alto funzionario iraniano rimasto anonimo, ha respinto due proposte di cessate il fuoco trasmesse da Paesi terzi, dichiarando che “non è il momento per la pace finché Stati Uniti e Israele non saranno messi in ginocchio, accetteranno la sconfitta e pagheranno compensazioni”.
Il costo umanitario ed economico cresce rapidamente. Le autorità iraniane riferiscono di oltre 3.000 morti dall’inizio degli attacchi. In Israele, i missili iraniani hanno ucciso civili; in Libano, le operazioni israeliane dall’inizio di marzo hanno causato oltre 900 vittime. Un proiettile è caduto vicino alla centrale nucleare di Bushehr senza causare danni, spingendo il capo dell’AIEA a sollecitare “la massima moderazione”.
I mercati petroliferi reagiscono con forza. I prezzi sono saliti di un ulteriore 3% martedì e sono ora aumentati di circa il 45% dall’inizio della guerra, alimentando timori di una nuova inflazione globale. Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che la chiusura prolungata della rotta di Hormuz potrebbe spingere decine di milioni di persone verso una grave insicurezza alimentare entro giugno. Le compagnie aeree stanno già sostenendo centinaia di milioni di dollari di costi aggiuntivi per il carburante, mentre lo spazio aereo del Medio Oriente resta in gran parte chiuso.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha descritto la campagna come un’opportunità per il popolo iraniano di sollevarsi contro il proprio governo. “Non accadrà tutto in una volta… ma se perseveriamo, daremo loro l’opportunità di prendere in mano il proprio destino”, ha affermato.
Per ora, tuttavia, la guerra continua senza una via diplomatica all’orizzonte. L’Arabia Saudita sta convocando questa settimana a Riyadh i ministri degli Esteri arabi e islamici per discutere della stabilità regionale, mentre Washington continua a fare pressione – finora senza successo – per ottenere aiuto dagli alleati nella riapertura della più importante arteria energetica del mondo.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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